La storia di Cervere: 1800-1900

Departement de la Stura

LA fine del ‘700 si caratterizza con la discesa in Italia di Napoleone, il quale costituisce a partire dal 1802 il cosiddetto “Dipartimento dello Stura“: Cuneo ne era capoluogo, mentre il territorio (che coincideva sommariamente con l’attuale provincia) era organizzato negli arrondissement di Cuneo, Alba, Mondovì, Saluzzo e Savigliano. Cervere fece parte di quest’ultimo fino al 1814, quando la sconfitta di Napoleone mise fine a questo tipo di organizzazione.

In questi anni prende forma in paese l’Opera Pia Bima, la quale sarà fondata soltanto pochi anni più tardi dando origine al percorso che portò infine all’edificazione dell’Asilo Infantile oggi denominato Scuola Materna Bima.

Cervere ai tempi del colera

Il colera si diffuse nella zona a partire dal mese di agosto del 1835: uno stretto cordone sanitario tra Nizza e Cuneo non fu sufficiente per limitare l’epidemia, la quale arrivò nella provincia di Saluzzo (a cui faceva riferimento Cervere in quegli anni) l’8 agosto. Cervere, assieme a Genola, Savigliano e molti altri paesi, furono coinvolti dal contagio nel giro di pochi giorni con centinaia di morti nel giro di pochissime settimane. Non è difficile comprendere la paura per un male ignoto e improvviso che seminava morte e terrore, così come non è quindi difficile comprendere come il tutto virò in devozione nel momento in cui l’epidemia fu sconfitta. Il colera si estinse nella zona entro i primi giorni del mese di novembre, lasciando sulla strada 814 decessi certificati.

Sulla base di quanto indicato dal libro “Sulle epidemie cholerose degli Stati Sardi: relazione alla Consulta centrale“, di Giuseppe Timermans, i dottori dell’epoca attribuirono la grave diffusione dell’epidemia in zona alla presenza di condizioni quali «sudiciume, abitazioni mal sane, miseria e molte acque stagnanti». Le fasce più deboli furono come sempre le più colpite. Soprattutto nel caso del colera, la malnutrizione e condizioni igieniche peggiori rappresentarono un elemento facilitante per la diffusione del morbo. Non è difficile pensare pertanto l’insorgere di tensioni atte ad isolare famiglie in cui il contagio era già avvenuto, nonché persone il cui profilo poteva meglio prestarsi a possibili contagi. Il morbo causava vomito e diarrea, portando rapidamente alla disidratazione del corpo: volti scavati e pallidi, sete e sudore, quindi il freddo che preludeva alla morte.

Un’epidemia giunta d’improvviso, temporaneamente isolata al confine con la Francia e vista con terrore da quanti la aspettavano senza armi con cui sconfiggerla, non può che seminare un fortissimo terrore tra la popolazione locale. Un terrore che diventa incubo quando i decessi rendono evidente l’urgenza e la gravità del male, seminando morte tra famiglie già attanagliate dalla miseria e dal degrado. Quando l’estate terminò e l’incubò tramontò, il clima fu evidentemente quello di una rinascita: la grazia era scesa sul capo dei sopravvissuti, nel cuore dei quali riprendeva posto la speranza.

A seguito dell’estinzione del colera, a Cervere venne riedificata la Cappella di San Rocco (già precedentemente eretta come ringraziamento per essere sopravvissuti alla peste), simbolo primo della scomparsa del terrore e del ritorno della vita tra le vie del paese. Ancor oggi la cappella richiama questo sentimento che nella prima metà dell’800 consacrò nella fede l’unione di una comunità che aveva sperimentato suo malgrado una delle peggiori epidemie del secolo. E si tratta di una consacrazione non da poco se è vero che, come spiegato da Franco Bolgiani nel suo “Strumenti per ricerche sulla religione delle classi popolari” a proposito del Santuario di Cussanio, Cervere «risulterebbe essere stata la prima a recarvisi fin dal 1872 annualmente e senza interruzioni». E il pellegrinaggio continua ancor oggi.

La fiera bovina

Sulla base di quanto indicato nel libro “Corografia fisica, storica e statistica dell’Italia e delle sue isole” di Attilio Zuccagni-Orlandini, nell’anno 1838 veniva certificato il fatto che l’anno precedente erano state concesse a Cervere ben tre fiere bovine. Nel 1837, quindi, Cervere portava in piazza i capi nei seguenti giorni: 28 marzo, 18 settembre e 9 dicembre. Di particolare importanza è la data del 18 settembre, che nel 1837 era esattamente il lunedì successivo alla festività di Santa Croce.

Fiere bovine nell'800 a Cervere
Fiere bovine nell’800 a Cervere

Tutto lascia presumere che tale concessione certificasse una situazione già in essere, quantomeno nel 1836 (nel 1835, nel mese di settembre, il colera imperversava e con ogni probabilità tali attività furono quasi completamente congelate). Il giorno di S.Croce del 1836, 19 settembre, con ogni probabilità è stata pertanto realizzata l’edizione più antica della quale si possa avere desunzione (benché Goffredo Casalis spieghi che tanto tali fiere, quanto il mercato concesso il martedì, non avevano luogo «per la troppa vicinanza de’ cospicui luoghi circonvicini». Ai tempi Cervere era nel Mandamento di Cavallermaggiore (assieme a Marene e Cavallerleone), Provincia di Saluzzo, Divisione di Cuneo, Regno di Sardegna. Il Re era Carlo Alberto di Savoia, salito al trono soltanto pochi anni prima.

Un documento ancor più antico vede però la tradizione della fiera risalire ai primi anni del secolo: era il 1811 quando il Decreto Imperiale napoleonico n.6870 istituiva le tre fiere cerveresi, delle quali non si conoscono però le date specifiche del tempo (e non è pertanto al momento possibile ricollegare alla ricorrenza di Santa Croce l’evento):

Decreto imperiale 6870

1811: a tale data va dunque fatta risalire l’origine dell’attuale Fiera Bovina di Santa Croce, che ancor oggi si tiene a Cervere per la valorizzazione del patrimonio bovino e della qualità degli allevamenti locali. La fiera è stata temporaneamente interrotta a fine del XIX secolo (a inizio ‘900 se ne richiedeva il ripristino), ma la data scelta per il rilancio fu quella delle origini. E la tradizione si ripete ancor oggi.

 

Il patriota Guglielmo Ansaldi

«Cittadini! Lo stendardo del dispotismo è per sempre curvato a terra fra noi. La Patria che ha gemuto finora sotto il peso di obbrobriose catene, respira finalmente l’aure soavi di fraternità e di pace»: con queste parole il cerverese Guglielmo Ansaldi proclamò la Costituzione di Spagna e alzò il tricolore italiano ad Alessandria il 10 marzo 1821.

Guglielmo Ansaldi nacque a Cervere il 4 settembre 1776 da Andrea e Clara Marino. Difficile ricostruire la sua infanzia, ma possiamo immaginarlo correre in quella via che porta oggi il suo nome, fermandosi ad ammirare la torre medioevale e sognando in grande proprio ispirandosi alla sua storia. Il suo afflato rivoluzionario e patriota non poteva nascere dal nulla e la sua infanzia non può che aver giocato un ruolo fondamentale: nel 1793 entrava nell’esercito sardo, quindi si guadagnò la legion d’onore nelle guerre napoleoniche. Divenne capitano, quindi legò le sue sorti al saviglianese Santorre di Santarosa.

Partito da Cervere, diede un contributo fondamentale ai moti del ’21 nella rivoluzione piemontese. In particolare la sua figura è centrale nella presa di Alessandria, ove però la bandiera tricolore viene issata con un errore di fondo: proclamando la costituzione spagnola, che poco rispetto aveva per il monarca e tanto piaceva ai carbonari, l’Ansaldi si trovò additato da Vittorio Emanuele I e dovette presto rifugiare all’estero.

Il colonnello Ansaldi fuggì per anni tra la Spagna e la Francia prima di tornare in patria grazie all’indulto firmato da Re Carlo Alberto (a seguito dei fatti di Alessandria pendeva infatti sul suo capo una condanna a morte). Nel 1848, spiega l’enciclopedia Treccani, fu reintegrato nel grado di tenente colonnello e collocato a riposo. Possiamo immaginarlo passeggiare con nostalgia sulle rive cerveresi prospicenti la vallata, tornando ogni tanto in paese per passeggiare, respirando la tranquillità del ritiro laddove ispirò la propria pulsione rivoluzionaria. Morì a Savigliano il 19 gennaio del 1851.

Al patriota la comunità ha dedicato Via Colonnello Ansaldi, situata nel centro storico del paese nel bivio che completa Piazza Umberto assieme a via Vittorio Emanuele II.

Cervere nell’800

Nell’anno 1833 la popolazione di Cervere era valutata in 1952 unità dal volume di “Statistica della provincia di Saluzzo” di Giovanni Eandi, ove era inoltre calcolato come nel paese vivessero in media 1952 persone nel decennio 1816-1825. Nel medesimo periodo i cerveresi che superarono gli 85 anni furono appena 3, due uomini e una donna. La mortalità infantile, per contro, era molto alta: ben 394 bambini al di sotto degli 8 anni morirono nel giro di un decennio, a cui si aggiungono 82 ragazzi al di sotto dei 25 anni. I decessi si concentrarono tra i 26 ed i 60 anni (137), mentre furono appena 10 le persone che superarono gli 80 anni (sette uomini e tre donne). Nel 1848 la popolazione di Cervere era già valutata in 2222 unità: il dato è registrato tra gli “Atti del Parlamento Subalpino“.

Com’era Cervere in quegli anni? «Tutta la pianura è in generale piuttosto fertile. […] Le frequenti terre o villaggi, le case di diporto, le numerose case rustiche, e le non rare cappelle campestri, che ad ogni passo s’incontrano, o si vedono dalle strade, danno al piano un bellissimo aspetto, ne mostrano la fertilità, e rompono quella nojosa uniformità, e quella solitudine, che non sarebbero di certo piacevoli al viandante». I terreni della pianura risultano «fermi e stabili, tolto nelle vicinanze del fiume Stura presso Cervere, dove il suolo piuttosto ghiaioso e misto con terra si spezza frequentemente: ivi le acque provenienti dalla non lontana collina di leggieri s’internano, e formano profonde voragini, strascinando seco e ghiaja, e terra sino al basso delle rocche vicine al fiume». In questa descrizione ogni conoscitore del paese potrà ritrovarsi, ancora molti decenni più tardi, leggendo però in queste caratteristiche naturali anche l’origine dei “girun” che fanno oggi la fortuna del Porro Cervere.

Il Dizionario Geografico Storico-Statistico-Commerciale degli Stati di SM il Re di Sardegna di Goffredo Casalis (pdf) approfondisce la descrizione delle coltivazioni spiegando come nel 1837 «le principali produzioni sono fromento, segale, gran-turco, fieno e canapa». E ancora: «il vino riesce di mediocre qualità: di qualche rilievo è il guadagno, che si ricava dal mantenimento del grosso bestiame». Quest’ultima nota sembra essere la prima conferma per cui la tradizione degli allevamenti in loco sia stata di successo fin dalle sue radici e che la presenza di tre fiere bovine non fosse che il segno manifesto di una predisposizione a sfruttare i pascoli disponibili per ottenerne carni di qualità. Il Dizionario spiega ancora che «il territorio è poco popolato di boschi e vi scarseggiano gli augelli ed il selvaggiume».

I documenti del tempo si spingono anche alla descrizione delle genti che vivevano in loco: «Soggiacciono poi gli abitanti della pianura maggiormente a tutti gli influssi del clima: sono in generale più piccioli di statura, se si paragonano agli uomini delle colline, eccetto nelle comunità di situazione più elevata, o posta in lontananza dalle acque, come per esempio in Caramagna, in Marene, in Cervere per una parte del suo territorio, ecc: sono più molli, e di costituzione meno robusta, ma in contraccambio non è pesante il loro passo, come quello degli abitanti delle Alpi, è più artefatto il loro portamento, e se mal non mi appongo hanno un esteriore fattizio, meno comune nell’alpigiano, che si potrebbe quasi chiamare l’uomo della natura». Il Dizionario citato in precedenza ricorda come «gli abitanti sono mezzanamente robusti, e d’indole buona», ed in paese «evvi una congregazione di carità provvista di tenuissime rendite, con cui ella porge qualche soccorso a’ malati poveri».

Quest’ultima frase fa esplicito riferimento alla piccola Congregazione di Carità di Cervere citata nei medesimi documenti legati alla nascita dell’Asilo Infantile. Tale congregazione elargì, nel solo 1834, 638 lire in «vestiario, medicinali, trasporto d’infermi e minuti soccorsi» (la somma era estremamente piccola ed estremamente limitata erano pertanto le possibilità di intervento presso i poveri del paese (numericamente valutabili in circa un centinaio di famiglie). Tale congregazione risulta ancora in vita nel 1841, quando riceve l’eredità della benefattrice Margarita Molino. Questo tipo di organizzazioni sono state quindi rese obbligatorie dalla Legge Crispi del 1890 ed infine abolite nel 1937 con conversione in Enti Comunali di Assistenza (ECA).

La Gazzetta del Popolo del 25 marzo 1856, per contro, pubblica una lieta descrizione dell’attenzione che il paese riponeva nei confronti dell’istruzione:

In questo piccolo comune la pubblica istruzione, grazie all’operosità del sindaco e del maestro testé nominato, ha prese proporzioni tali da promettere lieto avvenire; il numero degli allievi che oltrepassa i cento è la più sicura caparra dell’amore che essi portano allo studio e della stima che professano a chi assiduamente li guida per difficile e scabroso sentiero delle prime nozioni del sapere.