A inizio secolo, alla morte dei signori di Altessano, il castello passò agli Operti di Fossano e a Nicolò Balbo (o Balbis, come da, persona che secondo l’enciclopedia Treccani era descritto ai tempi come «dotto e di ingegno sottile» (già lettore dell’Università di Torino, ove occupava una cattedra di diritto).
Nicolò Balbo
Nel 1525, nominato collaterale del Consiglio residente a Torino, abbandonò l’insegnamento. Il 10 maggio dello stesso anno venne scelto come avvocato della duchessa Beatrice. Nel frattempo aveva permutato la parte spettantegli su Bonavalle con Cervere, di cui però avrà l’investitura soltanto nel 1531.
In qualità di signore di Cervere, Nicolò Balbo (oggi ricordato soprattutto presso il comune di Marentino sulla collina torinese grazie al Gruppo storico di Vernone) ebbe anni di grande prestigio:
Il 12 apr. 1532 successe a G. F. Porporato nell’officio di presidente patrimoniale generale (cioè di presidente della Corte dei conti dello Stato sabaudo). Seguiva nello stesso tempo da vicino le vicende dello Studio torinese: figurava infatti nell’elenco dei riformatori e il 3 luglio 1535 partecipava alla grandiosa cerimonia nel corso della quale il duca approvò il “ruolo”. Profittando intanto delle alte cariche officiali ricoperte e del successo riportato nelle speculazioni patrimoniali, il B. riuscì a procacciarsi il feudo di Vernone, vendutogli da Carlo II a un prezzo irrisorio.
Nel 1535 fu inviato come ambasciatore presso Carlo V per prospettargli le buone ragioni del duca nella questione della successione del Monferrato.
Ambasciatore presso Carlo V (imperatore del Sacro Romano Impero) per conto dei sabaudi negli anni della sua presenza cerverese. Ma non solo: «Il 27 febbr. 1540 venne nominato, nel testamento di Carlo II, membro del consiglio di reggenza per il periodo di minorità di Emanuele Filiberto» (per semplificare: il signore di Cervere fu curatore degli interessi di casa sabauda in attesa che quell’Emanuele Filiberto celebrato a cavallo nel centro di Torino potesse prendere in mano il regno sabaudo). Quest’ultimo passaggio sarà probabilmente fondamentale per quanto successo in seguito: proprio Emanuele Filiberto riuscirà ad ottenere da Enrico II di Francia le città di Savigliano e Pinerolo, tentando invano medesima mossa con Saluzzo. E proprio da Saluzzo partiva pochi anni più tardi, destinato ad abbracciare il destino del successore di Enrico II di Valois, quello che sarebbe stato il successivo signore di Cervere: Gabriele Gaffurro.
Gabriele Gaffurro
Il secolo XVI era destinato a portare a Cervere grandi personaggi. Dopo il Balbo, infatti, il castello passò in mano a Gabriele Gaffurro, medico saluzzese la cui vita cambiò improvvisamente a seguito di un incontro fortuito con Enrico III. Fortuito per molti motivi, non di meno per l’apertura dello storico Buco di Viso, che collegava Crissolo e Ristolas creando il primo vero traforo delle Alpi proprio grazie all’intuito e al lavoro dei marchesi di Saluzzo. La via venne aperta nel 1480 a quota 2882 metri ed è sicuramente di lì che il Gaffurro passò quando il destino lo portò al capezzale del Re di Francia:
Addottorato egli in medicina addì 28 novembre 1516 fu poco dopo nominato medico del marchese di Saluzzo, ed avendo dovuto per suo impiego recarsi in Francia, ove i suoi meriti giunsero all’orecchio d’Enrico III, fu da questo Re chiamato al suo letto mentr’era travagliato da grave malattia; ed avendo, contr’ogni aspettazione, riacquistato in breve spazio la salute, quel monarca il nominava con bello stipendio a medico della sua persona: conoscendo poi che l’ingegno del Gaffurri non solo estendevasi all’arte salutare, ma che egli era uomo d’alto consiglio, a suo intimo consigliero il nominava. Seguì egli in ogni operazione il franco monarca finché morto egli barbaramente il 2 agosto 1589, compreso Gabriele di dolore fece ritorno alla patria ove per prodiga beneficenza lasciò eterna memoria del suo nome nelle anime pietose dell’umanità languente.
Al ritorno in patria, infatti, Gaffurro (il cui nome è riscontrabile in vari libri come Gaffurri, Caffurro e altre declinazioni ancora) intraprese un intenso lavoro su Savigliano, finanziando la nascita dell’attuale ospedale (in origine un disordinato agglomerato di varie iniziative di aiuto a poveri e infermi). La sua fu una scelta caritatevole dettata da una pulsione e una particolare situazione.
La pulsione era quella religiosa, sicuramente radicata in famiglia alla luce dell’incredibile storia delle sue due sorelle:
Da questa or estinta famiglia sortirono i natali le due sorelle Marta e Maddalena. Nate insieme, con vicendevole amore crebbero insieme, ed insieme in entrambe manifestossi l’inclinazione alla vita monastica. […] Esse promossero nel loro monastero cogli esempi e colle loro fervorose esortazioni lo spirito della regolare osservanza: ed attendendo colle orazioni, colle veglie, e colla macerazione de’ loro delicati corpi alla contemplazione delle cose divine, poterono trovarsi, come le vergini saggie alla venuta del loro sposo.
L’amore che queste due suore portavansi, la loro umiltà e bontà le aveva già fatto proclamare, vivendo, come sante, la qual cosa prese fondamento quando caddero nello stesso tempo entrambe inferme, ed esalarono l’estremo sospiro nel medesimo giorno 20 marzo 1485. Talché elleno furono indivisibili nel nascere, indivisibili nel mondo, indivisibili nel chiostro, ed una sola tomba ambe le racchiuse in un sol giorno. Ignorasi il luogo ove ora riposino le loro ceneri.
La particolare situazione, invece, era relativa al fatto che Gabriele Gaffurro (sposato, secondo Gustavo Mola di Nomaglio nel suo “Feudi e nobiltà negli stati dei Savoia“, con Mensia Cambiano di Ruffia) ebbe in vita sette figlie, ma nessun maschio. Nessuna linea ereditaria, insomma, il che avrebbe portato, all’alba del XVII secolo, ad una incredibile frantumazione dell’unità dei possedimenti cerveresi.
