Dopo un lungo periodo di grande prosperità e pace, Cervere viene coinvolta, verso la fine del XIII secolo, nella lotta tra il comune di Asti e gli Angiò per il predominio sul Piemonte meridionale.
La turbolenta ricostruzione
Il castello, costruito nel XII secolo, venne raso al suolo. Tra il 1310 e il 1320 avviene la ricostruzione del castello a carico del comune di Cherasco che volevano farne sfoggio a propria difesa rispetto agli altri feudi della piana. «I cheraschesi vi avevano speso intorno circa quattro mila lire, egregia somma per quei tempi, di cui speravano potersi un dì rifare, per concessione del signore, sulle pubbliche entrate che si percepivano dalla real curia». Fu così che nel 1337 inviarono l’ambasciatore Tommasino Mella presso Re Roberto di Napoli al fine di supplicare un aiuto nel sopperire a tale spesa. Presso la città di Cherasco è tuttavia custodita (Guardaroba 3, Privilegi della città, mazzo nr.14) la risposta del Re datata 1 giugno 1337:
[…] Per le grandi spese di terra e di mare che abbiamo dovuto fare in diverse parti, e segnatamente nel Piemonte, per la difesa delle stesse parti, e perché le rendite di quelle parti non sono sufficienti per i gaggi degli uffiziali e per la custodia delle castella, deve bastargli quanto ha percevuto nel tempo passato. Quando poi quelle parti, per volontà di Dio, saranno ridotte a stato più quieto e produttivo, allora noi potremo più graziosamente provvedervi
Nel 1343, con la morte di Roberto d’Angiò, succede la regina Giovanna I (figlia di Carlo duca di Calabria già deceduto nel 1328, nonché moglie di Andrea d’Angiò, re d’Ungheria). Una successione che tutto portò tranne che pace e serenità: il marito di Giovanna I fu assassinato il 18 novembre 1345 e la regina fu da molti ritenuta corresponsabile del misfatto a causa dei notoriamente difficili rapporti tra i due coniugi. «Non essendo del nostro istituto considerare le circostanze di questo fatto, diremo solamente che da allora in poi principiando a scompigliarsi nel regno di Napoli gli affari di quella regina, con non minor successo camminarono essi nei lontani dominii del nostro Piemonte, pieni già di turbolenze, di fazioni, e da molti potenti e più vicini signori di continuo insidiati». Cervere era in mezzo a tutto ciò: appendice che Cherasco, a sua volta soggiogata da Napoli, al termine di un secolo di guerre e con la popolazione appesa unicamente ai ricordi che l’antica torre ancora poteva ispirare.
Negli anni successivi, tuttavia, qualcosa sembra incrinarsi tra Cervere e Cherasco ed il peso della decisione potrebbe essere nel ruolo del monastero di S.Teofredo: «è certo che i priori del monastero, benché già allora cominciasse questo a volgere all’ultimo suo decadimento, conservavano ancora grandissima influenza sulle politiche deliberazioni del paese, e seguendo essi stessi la parte guelfa, indebolita sì, ma non ancor distrutta in Piemonte dopo la rotta di Gamenario, servivano insieme a mantenere viva nel petto degli uomini di Cervere la fedeltà antica alla casa d’Angiò».
In virtù di questa fedeltà la regina Giovanna I nel 1356 avrebbe pertanto donato in feudo il castello e la villa di Cervere, con tutte le sue dipendenze, al fido Corradino de Brayda. In aggiunta, al De Brayda viene data autorità di poter costruire mulini sul fiume Stura nonostante la proibizione cheraschese. Il rischio per Cervere era di essere ancora una volta terra di confine, punto di sfogo delle tensioni tra parti in guerra. Dieci anni più tardi, infatti, la situazione cambia nuovamente: Cherasco, assoggetandosi a Luchino Visconti (signore di Milano) ottiene in cambio di recuperare il controllo su castello e villa di Cervere. Correva l’anno 1366.
Il tradimento del Porro
«[…] avendo i Cheraschesi deputato al governo di quel luogo un certo castellano, di nome Riccardo Porro da Pavia, questi spogliò il comune e gli uomini di Cherasco del detto castello, e di fatto, ma clandestinamente, consegnò e vendette quel castello a un certo siniscalco del regno di Gerusalemme, con quale esso Riccardo fuggissi» (fonte). Prima di diventare la fortuna di Cervere, il Porro doveva segnarne il destino con un tradimento dalle gravi conseguenze: presto il castello venne infatti nuovamente venduto, passando nelle mani di certo Nicolò da Orvieto «il quale si diè subito ad angariare i miseri terrazzani nella peggior maniera sottoponendoli a gravissimi balzelli, i quali non pure cadevano a gran danno degli uomini di Cervere, ma degli stessi cittadini di Cherasco, che in quel territorio possedevano molti beni, o per ragione di mercatura vi avevano a fare frequente passaggio».
Fu il nobile Antonino Pelletta nel 1383 a portare a giudizio il castellano di Cervere il quale, ben conscio dei propri torti, mai si presentò a cercare soluzione al problema. Giunse infine la definitiva condanna, a seguito della quale ogni pretesa doveva decadere e il passaggio per le terre di Cervere doveva tornare ad essere libero. Trovatosi solo contro tutti, Nicolò da Orvieto rifugiò pertanto altrove facendosi vassallo del principe Amedeo di Acaia, figlio di Giacomo e di Margherita di Belgioco (Beaujeu). Ottenuta nuova protezione, e per circostanze non chiare, pochi anni più tardi cedette il castello ad un famigliare scudiere, “sareceno di nazione”, di nome Maurizio di Leston (detto “De Jablais”). Ancora una volta la reggenza durò poco, perché il castello entrava tra i possedimenti di Antonio e Giovannetto di Romagnano, figli di Guglielmo e già signori di Casalgrasso e Revigliasco. Era il 1390 e il castello passava di mano per 1100 fiorini, con diploma d’investitura in data 24 giugno dello stesso anno.
E poi dieci anni appresso, cioè nel 1400, essendo i sunnominati due fratelli nel castello di Cervere, ratificavano, siccome aderenti di Amedeo, principe d’Acaia, la tregua che era stata patteggiata tra esso Amedeo e Teodoro, marchese di Monferrato. Iniziava dunque un breve periodo di pace, nel quale tra le mura di Cherasco si tornava però a covare interesse nei confronti del castello cerverese.
