Torre medioevale

Visibile da tutto il circondario e illuminata di notte, la torre di Cervere è anche entrata nell’iconografia nel gonfalone del paese e per ogni cerverese è qualcosa di più di un semplice rudere medioevale. Ogni passante, ogni cicloturista, ogni visitatore sappia che il silenzio attorno a quelle mura è l’insieme di tante voci: voci che arrivano da tempi lontane e genti vicine, da una comunità che sussurra la propria storia e la trasforma in pace. Si porti massimo rispetto per l’isolamento di quei luoghi, perché solo così è possibile ascoltare. E capire.

Un simbolo

La torre è il simbolo di Cervere per molti (e solidi) motivi.

Anzitutto per motivi storici, poiché rappresenta la testimonianza più antica di una presenza solida in loco di una comunità. Non solo: una presenza di valore, con una ricca storia di terre e di battaglie, di Signori e di ricchezza, di lotte e di caparbietà. La torre è una fotografia storica che campeggia sul territorio, ricordando ai cittadini che sono parte di una storia che ogni singolo giorno, ogni singola persona, va a scrivere.

Per motivi geografici: la posizione sul piccolo promontorio denominato “colle di San Filippo” la fa svettare su tutto il territorio circostante, la rende visibile fin dalla Langa, le fa dominare la vallata del fiume Stura e le consente di guardare da vicino, ma con distacco, le sorti della comunità trasferitasi nel frattempo sulla piana.

Per ciò che rappresenta per il paese, ossia le origini. Lì Cervere è nata, e lì Cervere torna. Con una scelta di enorme significato, il cimitero comunale è stato infatti dislocato proprio ai piedi della torre (dopo essere stato spostato dal concentrico, laddove oggi sono le abitazioni che occupano le terre sul retro della Chiesa di Maria Vergine Assunta), tra le mura dell’antico paese. Laddove Cervere nasce, i cerveresi vanno a riposare: una comunità che si raduna e che con lente processioni unisce le due dimensioni della vita: al di qua, dove scriviamo la nostra storia, e al di là, dove la guardiamo svolgersi nel riposo eterno. La torre sorveglia dunque le radici del paese e il ricordo di chi ci ha preceduti, proteggendo la comunità all’interno di un clima che ispira calma, sicurezza, equilibrio, solidità, durata. Sotto la torre il tempo si ferma, lo sguardo si posa sui colli lontani e Cervere vi può respirare la propria stessa anima. Una torre millenaria a vegliare sull’eternità, dando corpo al tempo e voce alla memoria.

La struttura

Residuo dell’antico castello, la torre è alta circa 27 metri metri, ha pianta quadrangolare con lati pari a 5 metri lineari ed è collegata ad una struttura assai più ampia conservata solamente a livello di fondamenta. Lo sviluppo complessivo è tuttavia superiore ai 27 metri poiché la torre si erge su di una struttura rialzata rispetto al camminamento, portando così l’altezza complessiva vicino ai 33 metri totali.

Trattasi di torre fortificata con duplice cinta muraria e vasti locali abitativi. A seguito delle devastazioni avvenute nei secoli passati, oggi rimane intatta soltanto la torre e pochi ruderi alla base della stessa. La parte superiore conserva gli elementi decorativi in cotto composti da rombi e finti archetti disposti su più file sovrapposte. Su lato sud ovest è presente una torretta semicircolare aggettante che presenta i medesimi motivo ornamentali. L’angolo a nord-est mostra le ferite della caduta di un piano sopraelevato, il quale doveva evidentemente ospitare le camere superiori dell’antico castello: l’altezza è quella dell’accesso odierno, al quale si arriva attraverso una scala in ferro di recente apposizione.

I lavori di restauro degli anni ’90 hanno consentito il recupero di parte delle fondamenta che nei decenni antecedenti erano rimaste sepolte e non visibili. Alcuni reperti sono stati recuperati, ma il lavoro ha soprattutto consentito di mettere in luce quella che è stata la parte vivibile di quello che anticamente era stato definito “castello”. Non tutto è stato portato alla luce. Sul fronte occidentale permangono arcate oggi nascoste tra le fronte, a testimonianza di una struttura di sostegno ben più ampia di quello che è il perimetro oggi in vista.

Ad oggi non esistono raffigurazioni attendibili relative a quell

La storia

Del “Castello di Cervere” si parla per la prima volta nel rogito redatto il 05/03/984 in cui Manfredo, figlio del Marchese di Torino Arduino il Glabro, donò “il castello e il luogo di Cervaria… alla stirpe di Robaldo, i signori di Sarmatorio, Manzano e Monfalcone”. Ad oggi risulta complesso comprendere esattamente di quali strutture fosse composto il castello, anche in virtù di alcune muraglie ancora celate tra le sterpaglie, ma appare certo che la torre fosse fulcro della costruzione fin dall’origine. Il nome “Torre di Monfalcone” è rimasto nella volgata locale, sebbene non completamente corretto, in virtù del passaggio della casata Monfalcone tra i proprietari succedutisi. Radicata è altresì l’accezione “Torre di S.Filippo”, poiché l’edificio si erge sull’omonima altura.

Molteplici le vicissitudini che hanno coinvolto il castello e la sua torre anche per l’importanza strategica che ha rivestito nelle diverse epoche. Se la sua esistenza appare certificata già prima dell’anno 1000, insomma, nessuna informazione sembra invece testimoniarne le origini: impossibile dunque risalire a indizi che circoscrivano meglio l’epoca di edificazione. Demolito nel 1274 durante la guerra tra astigiani e angioini, il castello fu ricostruito a carico del Comune di Cherasco nel 1310 per meglio strutturare la rete difensiva attorno alla propria borgata (prospiciente sull’altra fiancata della vallata); nel XVI secolo il castello viene nuovamente demolito durante le guerre con la Francia di metà del ‘500 e vi sopravvisse solamente la torre.

Queste le tappe principali attraversate dalla torre (da un resoconto firmato da Mario Perotti, “Repertorio dei monumenti artistici della provincia di Cuneo”, Volume 2C, Quaderno 49c, anno 1986):

  • Era il 1243 quando, il 18 maggio, Antonio De Cerveriis acquista in enfiteusi per 400 fiorini d’oro (da Robaldo IV e Oberto Morderamo) l’intera struttura del castello. Parteggia per gli Angioini. Figlio di Sismondo II di Sarmatorio, Antonio acquistò il nome “De Cerveriis” il giorno in cui potè vantare i primi diritti sul paese: una scelta probabilmente non casuale, evidenza di quanto il nome “Cervere” riecheggiasse come simbolo di potenza e di ricchezza per le fortune del castello, per l’influenza del monastero di San Teoffredo e per la storia che la grande torre aveva già visto scorrere ai propri piedi. Simbolo della famiglia De Cerveriis, di cui Antonio fu origine prima, era un teschio di cervo con le corna d’oro in campo azzurro.
  • Era il 1274 quando  gli astesi, nemici giurati degli angioini, riescono ad attaccare e distruggere il castello di Cervere dopo aver precedentemente già occupato Alba. Recita il sac. Felice Dompé nelle memorie storiche per il 1° centenario della beatificazione del Beato Bartolomeo (1953): “Carlo di Provenza si alleò con la città di Alessandria, con i marchesi di Saluzzo e Del Carretto contro Asti, Genova, Pavia e il marchese del Monferrato: le sorti della guerra volsero male per il provenzale e i suoi alleati, che vennero in discordia tra loro: Carlo di Provenza, sconfitto dal marchese di Saluzzo presso Roccavione, fu costretto a ripassare le Alpi. Ma Cervere era stata un forte baluardo in difesa di Fossano e di Saluzzo, e i cerveresi ricordano ancora oggi, in un alone di epica leggenda, la furiosa battaglia avvenuta attorno al castello, e che terminò con la distruzione dell’intero borgo: castello, chiesa parrocchiale, monastero, case. Tutto fu distrutto. Anche gli abitanti dovettero abbandonare la loro terra. Sola rimase, in tanta desolazione, ma come simbolo e richiamo alla terra natale, la massiccia torre, che dalla sua altura, ormai deserta e silenziosa nel silenzio solenne della morte, in un paesaggio che a notte pare un ritorno a mille anni addietro, ancora veglia sui morti e sui vivi.”
  • Tra il 1310 e il 1320 il castello viene ricostruito a carico del Comune di Cherasco, proprietario della terra per ragioni di signoria cedute dai Sarmatorio, Marzano e Monfalcone.
  • Nel 1337 Cherasco fa appello a Roberto d’Angiò, Re di Napoli, per avere un sussidio di 4000 lire da prelevare sulle entrate della Curia di Cherasco: tale cifra avrebbe dovuto pareggiare i conti per la ricostruzione del castello di Cervere, ma da Napoli giunse risposta negativa.
  • Nel 1356 Giovanna I d’Angiò, erede di Roberto I d’Angiò, infeuda Cervere a Corradino de Brayda (testimonianza in una pergamena conservata nella Biblioteca Civica Bonetta di Pavia, m.11, n.355, 10 dicembre 1356).
  • Solo 10 anni più tardi, nel 1366, Corradino De Brayda rinuncia a Cervere, che ritorna così sotto i possedimenti di Cherasco.
  • Nel 1370 il pavese Riccardo Porro, castellano di Cervere, vende clandestinamente il castello prima di darsi alla fuga. “La rocca è presidiata da Nicolò da Orvieto che taglieggia gli abitanti e gli uomini di Cherasco che traversano lo Stura al guado per affari. Per parare l’offensiva di Cherasco, il Nicolò lascia la parte angioina e passa ai servigi del Marchese di Monferrato, in quel tempo legato da alleanza con i Visconti, già Signori di Cherasco”. Citato nel 1384 per quanto compiuto e condannato, il Porro cambia ancora una volta bandiera offrendosi ad Amedeo di Acaja. Qualche anno dopo però cede il castello ad un suo scudiero il saraceno Maurizio De Leston detto “De Jablais”, il quale lo alienerà a Antonio e Giovannetto Romagnano per 11 mila fiorini tra il 1389 e il 1390. Il 24 giugno i Romagnano ricevevano ufficiale cerimonia di investitura sopra Cervere per sé e per i successori. “E poi dieci anni appresso, cioè nel 1400, essendo i sunnominati due fratelli nel castello di Cervere, ratificavano, siccome aderenti di Amedeo, principe d’Acaia, la tregua che era stata patteggiata tra esso Amedeo e Teodoro, marchese di Monferrato” (fonte).
  • Nel 1420 il castello cambia nuovamente proprietà: Giovannetto Romagnano, dopo la morte di Antonio, vende il possedimento ad Antonio di Altessano, commendatore di S.Antonio di Fossano. Nello stesso anno nasce a Savigliano Bartolomeo de Cerveriis, il cui cognome trae origine proprio dal luogo in cui il destino porterà Bartolomeo a diventar beato a seguito di martirio.
  • “Nel tempo in cui questo signore esercitava la sua giurisdizione sul castello e sulla terra di Cervere tentarono quelli di Cherasco di risvegliare la memoria sovra essa de’ loro antichi diritti, e però diedero le loro ragioni a studiare nel 1430 ad Alfonso de’ Scarampi, che allora teneva la carica di vicario di quella città. Il quale in un suo parere del 18 marzo, che si conserva originale negli archivii della suddetta città, dopo aver premessi i fatti dei diversi mutamenti di signoria […], proponeva a se stesso la questione: se essendo il comune e gli uomini di Cherasco stati privati e spogliati del loro castello di Cervere dal detto castellano (Riccardo Porro), dovessero essere reintegrati nella possessione del medesimo; e dopo svolti molti argomenti che facevano in favore de’ Cheraschesi, veniva alla conclusione rispondendo affermativamente, che a termini di giustizia dovessero essere reintegrati”. Il tentativo, però, non andò a buon fine sancendo definitivamente la cesura di Cervere nei confronti di Cherasco.
  • Negli anni successivi la proprietà passa, dopo la morte degli Altessano, nelle mani degli Operti di Fossano in condominio con i Balbo, e più tardi con Gabriele Gaffurro, medico e consigliere personale di Enrico III di Francia. Gaffurro è un nome di sicura importanza per molti motivi. Anzitutto il suo ruolo di grande vicinanza con Enrico III di Valois ne eleva la caratura e il ruolo storico. Ma non solo: tornato in patria dopo l’uccisione dell’Imperatore (avvenuta il 2 agosto 1589 per mano del frate domenicano Jacques Clément), Gaffurro diventò personaggio di spicco tanto a Cervere (ove dominò sul castello) quanto a Savigliano, ove divenne il primo benefattore dell’ospedale di Savigliano. Ma proprio da un grande personaggio il destino volle che dovesse iniziare la decadenza del castello di Cervere.

Il Gaffurro essendo mancato senza discendenti maschi, lasciò sette figlie, le quali ebbero egual porzione nel feudo di Cervere; ed essendosi tutte maritate in diverse famiglie, furono cagione, che fosse in molte parti sminuzzata quella giurisdizione, una delle quali, quella che toccò a Catterina maritata in Saluzzo, pervenne alla casa Della-Chiesa per Nicolò Della-Chiesa, dottore di leggi e luogotenente del presidente regio nel marchesato, marito di lei. Ma così questa, come le porzioni delle altre sorelle essendo poi passate per vendita in altre mani, accadde che questa giurisdizione fosse già nel mezzo del secolo XVII sminuzzata veramente […] in molte particelle.

Ed è così che alla morte di Gabriele Gaffurro (1608) Cervere si frantuma, diventando possedimento di famiglie quali i Balbi, i Pasero e i Ruffini di Savigliano, i Baratta, i Porzi e i Bava di Fossano, i Biscaretti di Chieri, nonché gli Isnardi di Saluzzo.

Cervere fu poi ancora contado dei marchesi Sanmartino della Morra e dè Trotti-Sandri di Fossano, de’ quali Ascanio, generale delle regie poste, gentiluomo di camera di Carlo Emmanuele I, […] venuto a morte nel 1615.

Nel 1929 la torre ed il sito del castello vengono donate al Comune di Cervere da parte degli ultimi proprietari. Pochi i lavori conservativi messi a punto per tutelare un patrimonio evidentemente deperito, ma negli anni ’90 un improvviso afflato ha consentito di trovare risorse umane e materiali per recuperare definitivamente l’edificio. Le mura laterali, fortemente compromesse dalle radici, sono oggi in buono stato di conservazione e una serie di scale interne consente di poter monitorare la situazione della torre. La copertura è stata eretta proprio a seguito dei lavori di recupero: il restauro si è reso necessario per salvaguardare la struttura dalle intemperie a cui per decenni era già stata esposta.

La leggenda del tunnel

Attorno alla Torre gravita da sempre una leggenda. Si tratta di qualcosa che viene da lontano e che oggi, perso ogni riferimento, stuzzica la fantasia senza l’ambizione di cercare riscontri. La leggenda è quella di un ipotetico tunnel che, partendo proprio dal cuore dell’antico castello, portava in vallata e in direzione di Cherasco. Il motivo starebbe nella volontà di costruire una via di fuga per i signori di Cervere, consentendo così movimenti di emergenza in caso di attacco.

Oggi gran parte della storia rimane ancora sotto terra: gli scavi si sono interrotti al livello del piazzale antistante il cimitero comunale, ma è nota la presenza, ad esempio, di strutture ad arco posizionate ad ovest della salita che porta alla torre. Se la leggenda volesse cercare riscontri, insomma, dovrebbe affondare la pala nel terreno per tirar fuori ciò che manca: cosa c’è ancora entro le mura del castello? Quali ricordi e quali segreti si celano ancora? Cervere può custodire sulla collina di San Filippo uno di quei tunnel che nella zona del braidese sono venuti alla luce e che innervano per chilometri il sottosuolo?

Il bello delle leggende è nel fatto che sono leggende. Il bello della conoscenza è che a volte trasformano la leggenda in realtà. Oggi quel tunnel vive nel passaparola dei cerveresi, i quali ne tramandano la memoria senza elementi ulteriori per confermare o confutare le antiche narrazioni.

Il messaggio in bottiglia

Durante i lavori di ristrutturazione la torre è stata ripulita di grandi quantità di guano che minavano tanto l’estetica quanto la solidità delle mura. Ogni singolo foro presente nella torre (anticamente utile all’edificazione verso l’alto attraverso l’utilizzo di travi in legno conficcati nella struttura) è stato ripulito e quindi riempito di rete di contenimento per impedire l’accesso ai volatili. In uno di questi fori la sorpresa: una bottiglia di vino con un piccolo biglietto di carta all’interno.

Una volta estratta la bottiglia, ed estratto il biglietto, si è potuto leggere un messaggio criptico, il cui grande significato è emerso soltanto a seguito di una particolare ricerca.

Tramite la firma in calce al biglietto, infatti, è stato possibile risalire agli attuali discendenti di colui il quale, molti anni prima, aveva conficcato la bottiglia nel foro. Successe durante una passeggiata da Bra a Cervere, il giorno prima di partire per la guerra. Due amici, due giovani ragazzi che volevano respirare la libertà prima di abbracciare le armi e andare al fronte. Una bottiglia di vino, poche parole, quindi l’estrema speranza affidata ad un biglietto: il biglietto nella bottiglia, la bottiglia nel foro, quindi la partenza.

Quando il destino ha voluto restituire la bottiglia, e con essa il messaggio, il tutto ha assunto il significato, l’importanza e l’emozione che un messaggio simile merita. Perché questo è il testo ritrovato nella bottiglia:

Se la vita non è che una menzogna / riderla bisogna